10 nov. 2010

Perche noi siamo la conseguenza di tutte le vostre parole


Siamo più di 5 milioni. Siamo in tanti. Ce ne siamo andati dall’Italia e viviamo all’estero.
Carmelo ha 33 anni, vive a Madrid da 7 anni. E’ siciliano, originario di una paesino in provincia di Siracusa. Faccia affilata, occhi profondi e miopi. Adora i libri di fantascienza. Se vai a casa sua (vive in queste grandi case non ristrutturate dell’antica Madrid, con enormi saloni, mobili vecchi, corridoi lunghissimi), trovi una camera piena di libri. Sul comodino di Carmelo hai una lampada attaccata a un timer, perche Carmelo legge tutte le sere e si addormenta, così la luce poi si spegne da sola e si risparmia sulla bolletta. Ha fatto il cameriere, il commesso, ha tentato di aprirsi un bar ma non c’è riuscito. I suoi amici gli dicono che è pessimista e lui riconosce che forse è vero. E’ arrivato con l’Erasmus, pero poi non se n’è andato. E ha dovuto lasciare l’Università per pagarsi da vivere. Furono giorni difficili, mi racconta. I miei genitori si infuriarono, mi tagliarono tutti i fondi. Quando Carmelo vuole dirti qualcosa d’importante te lo dice in spagnolo, perché gli risulta più facile. L’italiano se lo è quasi scordato. Gli chiedo da quanto non rientra in Italia. Il fatto è, mi racconta, che è difficile. Vai avanti con contratti a tempo determinato e le ferie te le pagano ma non te le danno. Poi adesso hanno anche cambiato la legge, prima il datore di lavoro aveva l’obbligo di avvertirti 15 giorni prima se non ti rinnovava il contratto, ora invece può dirtelo il giorno stesso. Tu invece se te ne vuoi andare, lo devi avvertire, lo devi avvertire, molto prima. Parla uno spagnolo perfetto, Carmelo. Quando gli dicono che non si capisce più che è Italiano, sorride. Mi confessa che ci ha lavorato tanto, che volevo essere come loro. Un giorno mi fa vedere su google le foto del suo paese. Un mare azzurro da far vergognare Dio. Mi fa vedere le foto pieno di orgoglio. Come se lo avesse disegnato lui quel posto.

Siamo 5 milioni. E siamo tanti. 5 milioni di storie. I nostri amici in Italia spesso ci vedono come persone che se la spassano. Ma la verità è che non è facile vivere all’estero. Dietro c’è sempre un no. Un no che qualcosa e qualcuno ci ha tirato fuori. E abbiamo deciso di andarcene. Forse in questo non c'è nulla di eroico, ma neanche niente di divertente.

Alberto ha 35 anni, pero dice a tutti che ne ha 33. E’ un bel ragazzo, alto, faccia da latin lover all’italiana. E’ toscano. Lavora per una multinazionale americana qui a Madrid. Conosce mezza città. E’ un tipo allegro. Sempre sorridente. Se esci con lui ti fermi ogni due minuti perche trova sempre qualcuno da salutare. Fino a 4 mesi fa era fidanzato con Ruben, ora si sono lasciati, pero si sentono e si vedono. E la settimana scorsa ha conosciuto anche il nuovo ragazzo di Ruben. Seduti a un bar della Latina un giorno mi racconta che suo padre era fascista. Fascista veramente. Fascista che lavorava per l’MSI. E’ morto 6 anni fa, mi spiega. Quando ormai stava in ospedale un giorno il padre lo chiamò e gli chiese: Alberto ti piacciono o non ti piacciono le donne? Io sapevo che dovevo dirgli di si, mi racconta Alberto. Che stava per morire, che dovevo dirgli: certo papà. Seduto davanti alla sua birra, in un antico bar della Latina, con i suoi caldi occhi toscani, Alberto mi guarda un attimo, giocherella con la tapas che c’è sul tavolo, e poi mi confessa che non ci riuscì. Che voleva dirglielo che gli piacevano le donne. Ma non ci riuscì. Così non disse nulla. Me lo racconta come qualcosa di divertente, com’è nel suo stile sempre allegro, ma continua a giocare con la tapas. E tiene gli occhi bassi.

Cristina ha 37 anni, e se ne è andata dopo aver scoperto che il concorso che aveva fatto era truccato. Sandro se ne è andato quando dopo 4 anni di stage, dove lavorava lavorava lavorava, proprio come un dipendente, all’ennesimo colloquio gli dissero: non possiamo pagarti ma ti diamo la possibilità di fare esperienza, che per un “giovane” è importante. Se ne andò perche era stufo di chiedere i soldi per l’affitto di una stanza a Roma ai suoi genitori. Aveva 35 anni (alla sua età i suoi genitori erano già sposati e avevano già messo alla luce sua fratello).

Non siamo come i nostri nonni che emigrarono per fame. Noi da magiare, probabilmente ce lo avremmo avuto. Leggiamo i giornali. Ci guardiamo su youtube, o via satellite, quello che succede giù da voi. Quello che combinate. E non ci arrabbiamo come voi a casa. Tutto quello schiamazzo, quelle parole al vento, quel modo di vedere normali cose che non lo sono, non ci offende come offende voi. Perche noi siamo la conseguenza di tutte le vostre parole, di tutti i vostri preconcetti. Di tutto il vostro non vedere. Noi siamo i nomi e i cognomi di quella che voi chiamate (a volte) “la questione morale”. E anche se magari ora stiamo bene, e anche se siamo felici, noi saremo sempre quelli che hanno dovuto reimparare come si dice (e non è un fatto di grammatica): butto la pasta, ho un diavolo per capello, ti voglio bene, non mi far del male.
Siamo 5 milioni di persone che non vogliono parlare la vostra logica. Dovremmo essere la vostra vergogna.

1 comentario:

  1. I padri bisogna ammazzarli. Loro non hanno voglia di levarsi dal cazzo, noi non abbiamo voglia di mandarli via. Preferiamo l'esilio dorato, che in effetti è molto comodo e in più è romantico. Alla nostra generazione mancano le palle. Se non lo dici chiaramente forse non lo pensi. Forse pensi che siamo innocenti. E non è vero.

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