11 abr. 2011

Esta vez mejor un pacharán (Roberto De Mattei ha vuelto a hablar por Radio Maria)

Roberto De Mattei, ha vuelto a hablar por Radio Maria. Lo echábamos de menos ¿verdad? 
Bueno esta vez no ha hablado de los japoneses y tampoco de los evolucionistas esta vez la mano de Dios, todavía paterna y generosa (por supuesto) ha ayudado los bárbaros a destruir el Imperio Romano.
¿Y por qué Dios ayudó los bárbaros a destruir el Imperio Romano?
¿Por qué no le quedaba nada que hacer por la tarde? Pues no.
¿Por qué los romanos no eran cristianos? Pues no, porque a partir del Emperador Costantino lo fueron.
Para Roberto De Mattei, vicepresidente del CNR (Centro Nacional de Investigación Científica Italiana) o sea el organismo más importante de la ciencia italiana, Dios ayudó los bárbaros porque los romanos eran invertidos, o sea homosexuales. No cabe duda.

Aquí tienen su declaración: “Los bárbaros que invadieron el occidente al final del cuarto siglo” dice De Mattei, “fueron un instrumento de Dios. La Providencia se sirvió de ellos para purificar una sociedad corrupta y invertida cual era la de los romanos. Y todo esto es muy importante” añade el hombre al mando de la ciencia italiana, “porque nosotros al día de hoy vivimos en una época en la cual los peores vicios son alimentados por los mass media y encima se pretende inscribirlos en las leyes como derechos humanos”.

Un pacharán por favor y sin hielo (que me gusta así)


6 abr. 2011

Perché scrivere, come amare, è innanzi tutto scegliere (o la ballata dello straniero)


Ricordo quando non avevo scelta. Quando il mio spagnolo erano 10 parole e poco più: Hola, bueno, malo, que guapo, ¿donde està el baño?, un whopper menú por favor. Che se andavo a vedere un film potevo dire: Me ha gustado o Me ha aburrido. Ricordo la rabbia che mi faceva. Ricordo quando scoprii il Presente e dopo l’Imperfetto e quando alla fine mi avventurai nel Perfetto. Con il Presente ti raccontai il mio lavoro, con l’Imperfetto qual’cosa di divertente (perché è con l’Imperfetto che diamo ritmo alle nostre storie), e con il Perfetto, cauto, finalmente, ti raccontai la verità. Ricordo quando passai mezz’ora a discutere come usare la frase: Dejate de pollas en vinagre (perché è importante saper dire: ora basta). E quanto risi con: Me hace el culo Pepsi Cola (perché è importante anche saper dire: ti mangerei). Ricordo quando ti dissi per la prima volta, vicino a un distributore di sigarette: Hola guapo, e quando tentai di dirti qualcosa di più e feci un pastrocchio. Ricordo anche quando all’ultimo momento, drammaticamente tardi, scoprii come si diceva “venire” (perché io ero convinto di saperlo come si diceva, cavolo, e andai subito, cocciuto, a cercarlo sul vocabolario mentre tu ridevi, in mezzo alle lenzuola, ridevi a crepapelle con le mani sulla pancia. Lascia stare lascia stare, mi dicevi, che ti ho capito e io: no, no e no, che adesso te lo dico come si dice che è importante). Ricordo quando tutto era dannatamente elementare. E non c’era niente da scegliere. Quando davanti al tuo volto mi mancavano le parole e allora il tuo orgoglio era senza mento, la tua timidezza senza guance e i tuoi dubbi senza sopraciglia, e se le alzavi, in qual modo così carino, neanche sapevo come dirtelo (e ogni persona che ha amato qualcuno in un'altra lingua sa cosa intendo). Pero ricordo anche quando, alla fine, vedendoti seduto sul bordo del letto grattarti una caviglia cercando di svegliarti, parlai (con le scarpe e i calzini, là, buttati vicino a noi). Quando ti raccontai che avevi una valle a forma di ciambella alla fine della schiena proprio prima che cominciasse la salita al posteriore. O quando scoprii il tuo modo di aprire per un istante gli occhi e guardarmi prima di sprofondarti nel sonno (come a dirmi: ok, io me ne vado pero tu rimani qui). Ricordo quando comincia a trovare paroline con le quali riconoscerti, con le quali toccarti (come con le dita ora tocco la tastiera). E giocare con i sinonimi per scegliere, si finalmente scegliere, parole che si mettano in circolo intorno all’unica parola che non ti scrivo ma che si vedrà (come sto cercando di fare ora), precisamente perché non c’è. E dedicartela! 

Questo testo fu scritto in castigliano e qui troverai l'originale.

Antonino Pingue © 2011 Todos los derechos reservados