Pubblico con grande piacere questa lettera, testimonianza della vita professionale di una grande insegnante che in questi mesi è andata in pensione. Si ritrova qui l’Italia migliore e una storia che ci riguarda tutti.
Il maestro Rasìa non guardava in faccia nessuno, era contornato da un silenzioso rispetto, quasi da un timore reverenziale. Ci misi un bel po’ a capirlo. Lì per lì pensavo lo mettesse solo a me, perché apertamente disprezzava i miei jeans e la chitarra che talvolta portavo a scuola, testimoni di subbugli che dovevano essere tenuti FUORI. Fuori c’erano gli echi del ’68, italiano , americano, europeo, allora si diceva estero.
Come un venerabile santuario, la scuola DOVEVA starsene alla larga da simili contaminazioni: io rappresentavo quella eccezione. Ne andavo un po’ fiera, devo confessarlo, c’era in me un atteggiamento di sfida tipico dei giovani che vogliono a tutti i costi ‘cambiare le cose’. Vedevo crescere intorno a me una grande ostilità, fatta di occhiate, di silenzi, di bruschi scuotimenti di capo al mio passaggio. Mi sentivo inadeguata, spaesata e fuori luogo. Ci si aggiunse il direttore, che venne almeno tre volte a sbirciare dall’oblò di vetro della porta della V maschile dove ero alla mia prima supplenza annuale.
Andò che un bel giorno entrò la bidella del primo piano, io stavo al secondo, era una donna severa di mezza età in grembiule nero, con un vistoso fiocco a raccogliere i capelli in chignon. Entrò impettita a mezza mattina, mi disse: “E’ desiderata in direzione!”. La voce e la perentorietà con la quale pronunciò quell’invito erano un aperto comando, diceva:” qualcuno ’finalmente la metterà a posto!”.
Andai pensierosa al colloquio che fu, con mia grande sorpresa, tenero e mite, com’era nel carattere di quell’anziano dirigente il quale, avendo ricevuto le informazioni dei carabinieri (chissà se si fanno ancora), mi domandò cosa pensassi delle rivolte e delle violenze che si commettevano a quei tempi (!) nelle manifestazioni. Io difesi le mie idee con determinazione e con lealtà, d’altronde se pure risoluta, sfrontata e violenta non lo sono stata mai.
Mi scusai però di non far marciare gli alunni nei corridoi, come facevano tutti, e di non ordinare l’attenti al direttore quando passavamo davanti alla sua porta. “Non voglio mancarle di rispetto,- dissi - cerco di insegnare ai ragazzi ad essere educati e a salutarla, ma le marce e gli attenti non credo facciano parte dell’educazione e dei compiti della scuola”. Mi ringraziò. Disse che non sostava più in corridoio all’uscita delle classi perché si sentiva imbarazzato dallo schieramento militare che vigeva nella scuola. Azzardò perfino un complimento per come tenevo quella turbolentissima V fatta di 35 maschi: si era tanto preoccupato e per questo si era affacciato sovente alla porta dell’aula. Mi salutò e mi congedò con cordialità.
Ci rimase male la bidella a non scorgere nel mio viso alcun segno di imbarazzo o di pianto al mio ritorno in classe. Allora la notizia forse si sparse nella grande scuola dai lunghi corridoi, tanto che all’uscita carpii un ‘puttana’ indirizzato al mio riguardo e pronunciato ad alta voce dal maestro Rasìa. Feci finta di nulla.
Forse la situazione sarebbe degenerata se … non avessi destato la curiosità nella peste della scuola. Era un ragazzone pluriripetente di 12 anni che la notte panificava con il padre, veniva a scuola all’ora che gli pareva se e quando gli garbava. Incorreggibile, come tutti i suoi numerosi fratelli, era l’ultimo di una schiatta di alunni deprecabilissimi tutti ben conosciuti che ‘toccava’ tenere a scuola senza più le ‘benedette’ classi differenziali, abolite due anni prima.
Aveva fatto il giro di tutte. Per lo più, era impiegato a lavare la macchina di qualche maestro, lucidare le scarpe ad altro inappuntabile collega, tutto pur dal dissuaderlo dal disturbare in classe o vagare, correre, strillare per i corridoi dove ogni giorno dalle tasche dei cappotti appesi mancava qualcosa che si supponeva finisse nelle sue.
Così entrò per caso nella mia classe richiamato, come mi disse, dal suono della chitarra. Prese a venire tutti i giorni, con grande disappunto dei coinquilini del piano. Mi guardava un po’, anzi mi squadrava dalla testa ai piedi, poi, scuotendo la testa diceva “Tu nun sei ‘na maestra!”.
Me lo disse tutti i giorni, fino alla fine dell’anno, perché entrò ufficialmente a far parte della classe. Mi ha insegnato a giocare a battimuro dandomi l’occasione di insegnargli un po’ di aritmetica, poi l’uso del limografo riuscì ad entusiasmarlo.
Ugo si chiamava. E chi se lo scorda più, con quegli occhi nerissimi e fieri! Mi ha salvato il mio primo anno d’insegnamento. Nessuno osò più insultarmi. Guardai allora con maggior distacco il maestro Rasìa e le sue relazioni a scuola: come non averlo capito prima! Si vestiva in orbace e indossava lucidi stivali sopra i pantaloni, lo chiamavano il federale: era stato il responsabile del fascio nella scuola durante il ventennio. Erano passati 25 anni dalla fine della guerra, ma lui c’era rimasto attaccato. Che ingenuità la mia! Nella stessa scuola ci ritornai 4 anni più tardi. Ero passata di ruolo e fui ‘imbarcata’ per l’istituzione sperimentale di 4 classi a tempo pieno. In quel circolo, ci pensate?
Così conobbi Rossella! Ti ricordi? Che esperienza! Da qualche parte tu conservi ancora i volantini che vennero stampati contro di noi. Fummo tra i primi ad inserire i bambini handicappati nelle classi normali, con Giorgio Testa e gli operatori dell’AIAS che ci aiutavano a capire come fare. E nacque la pratica della didattica per sviluppo della competenza, Bruner, Piaget e i genitori-partner di programmazioni infinite. Erano quattro sezioni difficilissime! Secondo l’assioma più scuola = meno famiglia, fummo accusate di voler espropriare i figli alle famiglie per indottrinare al collettivismo. Berlusconi recentemente deve essersene ricordato. All’uscita ci aspettavano ogni tanto forzuti giovanotti armati di catene con l’intenzione di darci una lezione. Perfino in parrocchia si tennero riunioni per fermare i sovversivi. Ma la risposta più convincente per tutti furono i progressi di Livia, di Andrea S, di Andrea C.
Di Andrea C. voglio ricordare un episodio.
Lavoravamo allora totalmente a classi aperte, dunque conoscevamo tutti i nostri alunni e tutti ci conoscevano. Andrea C. era iscritto nella tua classe, Rossella, e io ti stavo di fronte, ultime classi al fondo di uno stretto e buio corridoio. Era un bambino emiparetico, chiuso, scontroso e muto. I genitori facevano l’impossibile per la sua riabilitazione. L’avevano perfino portato in Svizzera dove un gran professore suggeriva la lobotomia per consentire alla parte sana del cervello di svilupparsi di più. Fortunatamente non se l’erano sentita e accettavano le disabilità motorie e linguistiche del loro figliolo, lesionato nel lobo sinistro del cervello per trauma da parto. Faceva ogni tipo di terapia riabilitativa ma anche a parere degli specialisti le sue prestazioni erano molto al di sotto delle sue possibilità.
Il fatto è che Andrea, i suoi problemi, li viveva proprio male. Non c’era verso di farlo sorridere, di coinvolgerlo in qualche attività. Era pesante da vivere anche come insegnanti. No, non dava fastidio (!) Ma come facevi a sopportare quell’inerzia mortale a fronte della vitalità dei suoi coetanei! Fu così che, quasi per caso (da prendersi come uno spunto improvviso che ti viene quando cerchi un appiglio cui attaccarti) mi venne in mente di prenderlo sottobraccio e cominciare a camminare saltellando al ritmo di una demenziale canzoncina di Arbore “NO, non è la BBC…” La cominciavo con una sospensione, proprio come si fa con i piccoli: E….vola, vola vola! Andrea mi guardò frastornato. Io ricominciai “Sei pronto?....No…non è la BBC…”
Per lo più lo trascinavo, ma qualcosa mi diceva che la sua andatura si faceva più attiva. Alla terza sorrise, poi lo riportai in classe. Da allora nella sua classe partecipava di più, era più attivo ma sempre ogni mattina a una certa ora, lasciava la sua classe, “Vai da Maria?” – lo incoraggiava Rossella – “ Vai, vai!”. Lui apriva, mi guardava. Capitava che gli dicessi “Torna più tardi Andrea, adesso non posso!” Si rigirava deluso. Mi stringeva il cuore mandarlo via ma col tempo ha imparato a fidarsi, perché di lui non ci dimenticavamo mai. Ormai avevamo allungato il percorso che ora lambiva le classi “normali”. Eravamo contente dei suoi piccoli progressi. Inutile descrivere il disappunto dei colleghi, l’ incredulità, a volte l’aperta riprovazione. I più sinceri e comunicativi dicevano: “ Ma che ti aspetti? A che gli serve? Noi dobbiamo insegnare!”
Ce lo chiedevamo anche noi “A che gli serve?”. Per fortuna bastava guardarlo: lo vedevamo sorridere, era felice e questo bastava. Sottobraccio lo sentivo sempre più sciolto, armonioso rispetto al ritmo, qualche volta provava ad anticipare il tempo con un singhiozzo che era il suo modo sonoro di ridere, ormai avevamo costruito un vero repertorio. Così prese a stare insieme agli altri, a partecipare a modo suo alle attività dei compagni.
Fu un pomeriggio di maggio, erano passati tre anni di scuola e otto mesi, correndo in su e in giù per il corridoio, quando ebbi la sensazione di udire sopra la mia un’altra voce che cantava. Era una voce flebile e intonata. Mi guardai intorno per vedere chi cantasse con me. Non c’era nessuno. Allora ripresi il canto e a un certo punto di nuovo la stessa flebile voce si sovrappose alla mia. Guardai Andrea che mi guardava sorridendo. “Ma … ma stai cantando con me? “ Chiuse timidamente gli occhi e allora dandoci dentro più che potevo lo trascinai correndo ancora più forte. Bravo Andrea, Bravo, canta con me! “ Rosse’, Rossella, Andrea canta! “
Era accaduto un miracolo? No, è la natura che fa miracoli, la voglia di crescere e la straordinaria plasticità del cervello che trova strade impossibili, ma è anche l’ostinata volontà di noi maestri che le studiamo tutte per costruire strade, sentieri perché i ragazzi si esprimano.
Alla fine dell’anno, scendendo le scale per mano alla mamma, ci guardò e ci lanciò un CIAO sonoro e bello. Quel giorno piangemmo insieme.
Dopo 42 anni, di storie come queste ne potrei raccontare un’infinità, come ognuno di noi maestri sa bene. Voglio solo dire che secondo me ‘gli ultimi’ hanno dato e danno senso al nostro lavoro!
I loro progressi ci ripagano mille volte dei tanti insuccessi, delle amarezze, delle difficoltà , delle sconfitte sonore che abbiamo incontrato e che incontriamo.
Da allora, da quei miei primi anni, la scuola è tanto cambiata fino a diventare una delle scuole elementari più valide nel mondo, grazie all’intelligenza di tanti, a battaglie durissime, a risultati straordinari, soprattutto nel campo degli ultimi perché ha cercato di essere la scuola della Costituzione: uno strumento di uguaglianza e di speranza soprattutto per chi aveva un destino segnato.
Questo rimane il nostro servizio alla società. Per questo e rispetto a questo il tempo pieno, smessa la sua veste di scuola contrapposta alla famiglia – che non è mai stata anche quando era militante - si è conquistato coi risultati il diritto di farsi paradigma, del quale la scuola dei moduli – certo più tecnica – è solo una parente povera, perché realizzata con un organico ridotto.
Oggi la scuola va disegnandosi come un registro di contabilità; mentendo al Paese si è annunciato il maestro unico come erede di una scuola accogliente mentre si sta fabbricando il maestro a ore che avrà sempre meno tempo per l’ascolto, per l’osservazione, per i salti in corridoio. Prima o poi saremo nelle condizioni, temo, di non poter accogliere e aiutare i più fragili. Ma così la scuola è solo un onere e un peso sociale, non una sfida umanissima contro il destino e per l’umanizzazione sociale.
Spero ci sia modo di ravvedersi e di rimediare. Ci sono nuove battaglie da fare e tanti modi per farle. Il mio ora è la memoria, solo per ricordare che siamo stati sempre noi maestri a metterci la faccia davanti ai bambini, e c’è stato sempre chi si è occupato e ha deciso per la scuola mettendoci grafici, conti, carte e registri. Anche stavolta sapremo trovare il modo per cantare e saltare con Andrea C. o altre e nobilissime e sconosciute cose.
Maria Mencarelli
Roma, 20 giugno 2011.
P.S. L’episodio di Ugo si è svolto nell’a.s. 1969/70
L’episodio di Andrea C. nel quinquennio 1974/79